Pax tibi, Marce, evangelista meusSette province, un leon

MakeVenetoA State Again

Uno Stato veneto, federato in un'Europa federale. Senza smettere di essere italiani.

Premessa

Radicati e cosmopoliti

Siamo cosmopoliti. La parola è greca e vuol dire "cittadino del mondo": secondo la tradizione, così rispondeva Diogene a chi gli chiedeva da dove venisse.1 Pochi popoli la meritano quanto i veneti.

Per secoli Venezia è stata un crocevia del mondo. Mercanti tedeschi e turchi avevano i loro fondaci sul Canal Grande, greci e armeni le loro chiese e i loro collegi. Nel Cinquecento la città era la capitale europea della stampa: qui Aldo Manuzio pubblicava i classici greci, qui uscirono il primo libro stampato in armeno e la prima edizione completa del Talmud.2 Marco Polo, del resto, era veneziano.

Poi a partire siamo stati noi. Tra il 1876 e il 1900 lasciarono il Veneto quasi un milione di persone, più che da qualsiasi altra regione d'Italia: verso il Brasile, l'Argentina, il Messico, l'Australia, le miniere e i cantieri di mezza Europa.3 Abbiamo portato con noi il mestiere, la tenacia, la capacità di fare impresa, e abbiamo costruito il nostro successo ovunque. Oggi i nostri figli studiano e lavorano in tutto il mondo, e le imprese venete esportano circa ottanta miliardi di euro l'anno.4

Il filosofo Kwame Anthony Appiah lo chiama cosmopolitismo radicato: si può essere cittadini del mondo senza smettere di appartenere a un luogo, anzi proprio partendo da lì.5 È esattamente ciò che siamo.

Non guardiamo indietro. Ci interessa il Veneto dei prossimi cinquant'anni, non la nostalgia dei secoli passati. Ma siamo orgogliosi di una storia e di una cultura millenarie, e non vogliamo disperderle. Non sono un museo da custodire: sono un seme che ci portiamo dentro, ovunque andiamo, e che vogliamo far crescere nel mondo del ventunesimo secolo.

01 · Again

Mille anni di repubblica

"Again" non è uno slogan preso in prestito: è un fatto. Per più di mille anni Venezia è stata una repubblica.6 È la repubblica più longeva della storia: anche contando solo dal primo doge documentato con certezza, la Serenissima è durata più di mille anni. Quella romana, per fare un confronto, non arrivò a cinque secoli.

Una repubblica, non un regno. Il doge non ereditava il trono: era eletto, e dal 1268 lo si sceglieva con una procedura in dieci passaggi che alternava sorteggi e votazioni, pensata per rendere quasi impossibili brogli e manovre di fazione.7 All'elezione giurava una "promissione" che ne limitava i poteri; le magistrature duravano poco e si controllavano a vicenda. Non era una democrazia come la intendiamo oggi, perché governava un'aristocrazia di famiglie patrizie. Ma era uno Stato di leggi, stabile per secoli, le cui istituzioni Gasparo Contarini descrisse in un trattato letto in tutta Europa.8

  1. 697–726La tradizione colloca nel 697 l'elezione del primo doge da parte delle comunità della laguna. Il primo doge documentato con certezza, Orso Ipato, è del 726. Comincia una storia repubblicana che durerà più di mille anni.
  2. 1268Venezia si dà la legge per l'elezione del doge: dieci passaggi tra sorteggi e votazioni. Resterà in vigore fino alla fine della Repubblica.
  3. 1339–1484Treviso, Vicenza, Padova, Verona, Belluno e infine il Polesine passano alla Serenissima. Per secoli quasi tutto il Veneto di oggi fa parte della Repubblica: è lo Stato da Tera.9
  4. 12 maggio 1797Sotto la pressione di Napoleone il Maggior Consiglio, riunito senza nemmeno il numero legale, vota la fine della Repubblica. L'ultimo doge è Ludovico Manin. In ottobre, con il trattato di Campoformio, Venezia è ceduta all'Austria.10
  5. 1848–1849Venezia insorge contro l'Austria e proclama la Repubblica di San Marco, guidata da Daniele Manin. Pochi mesi dopo l'assemblea vota l'unione al Piemonte per la causa italiana: veneti e italiani insieme, già allora.11
  6. 22 ottobre 2017Oltre due milioni di veneti votano al referendum sull'autonomia: affluenza intorno al 57%, sì intorno al 98%.12
  7. 13 ottobre 2026Per la prima volta il Consiglio dei ministri approva le intese definitive sull'autonomia differenziata del Veneto. Manca ancora la legge del Parlamento.13

L'autonomia differenziata è un primo passo, e lo sosteniamo. Ma non basta qualche competenza in più concessa da Roma, materia per materia, trattativa per trattativa. Chiediamo un'altra cosa: che il Veneto torni a essere uno Stato.

02 · Che Stato

Uno Stato federato, non uno Stato separato

In Europa "Stato" non vuol dire per forza sovranità assoluta. Vuol dire una costituzione propria, un parlamento, un governo, entrate proprie, e la responsabilità di ciò che si decide.

La costituzione della Baviera comincia così: «Bayern ist ein Freistaat», la Baviera è uno Stato libero.14 Quella del Canton Ticino, a due passi da noi: «Il Cantone Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiana», parte della Confederazione svizzera.15 Nessuno pensa che bavaresi o ticinesi vogliano andarsene. Sono Stati dentro una federazione, e la federazione è più forte proprio per questo.

Noi pensiamo a tre livelli, ognuno con compiti chiari, secondo il principio di sussidiarietà: si decide al livello più vicino ai cittadini, e si sale solo quando serve davvero.

Il livello federale

Europa

  • Difesa comune e politica estera
  • Moneta e un vero bilancio federale
  • Frontiere esterne e asilo
  • Clima, energia, grandi reti
  • Ricerca, mercato unico, concorrenza
  • Diritti sociali minimi per tutti

La nazione

Italia

  • Costituzione e diritti fondamentali
  • Giustizia e codici
  • Previdenza
  • Perequazione tra gli Stati federati
  • Lingua, cultura e memoria comuni
  • La voce italiana in Europa

Lo Stato federato

Veneto

  • Scuola, università, formazione
  • Sanità e assistenza
  • Lavoro e politiche per le imprese
  • Territorio, ambiente, infrastrutture
  • Protezione civile e polizia locale
  • Cultura, beni culturali, lingua veneta
  • Un fisco proprio

L'elenco è un punto di partenza, non un trattato. Il criterio però è netto: l'Italia non sparisce, cambia mestiere. Meno Stato centrale che amministra tutto da Roma, più casa comune che tiene insieme Stati federati diversi.

03 · Stati Uniti d'Europa

Più lontani da Roma, più dentro l'Europa

L'Unione di oggi è troppo debole sulle cose grandi e troppo minuziosa sulle piccole. Sulla politica estera e sul fisco decide all'unanimità, cioè spesso non decide.

L'idea di un'Europa federale è nata proprio in Italia, e per metà al Nord. Carlo Cattaneo, federalista lombardo, la scrisse nel 1849:

«Avremo pace vera, quando avremo li Stati Uniti d'Europa.»

Carlo Cattaneo, Corollarii alle Memorie, 184916

Nel 1941, confinati a Ventotene, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero che la vera linea di divisione politica non passava più tra destra e sinistra, ma tra chi restava fermo allo Stato nazionale e chi voleva «la creazione di un solido stato internazionale».17

Anche il primo autonomismo del Nord era europeista. Nel marzo 1982, nel primo numero di Lombardia Autonomista, Umberto Bossi scriveva:

«Il governo accentratore di Roma […] chiacchiera di autonomie e di Europa, ma di fatto non vuole né autentiche autonomie né lo Stato Federale Europeo. Abbiamo infatti un parlamento Europeo fantasma perché creato apposta senza poteri.»

Umberto Bossi, Lombardia Autonomista, marzo 198218

E nel 1991, a Pontida: lo Stato nazionale tradizionale «è al contempo sia troppo piccolo, sia troppo grande».19 Troppo piccolo per la difesa, il clima, la moneta; troppo grande per la scuola, la sanità, il territorio.

Raccogliamo quell'intuizione, senza le chiusure identitarie che l'accompagnavano e senza la svolta euroscettica che, dopo l'ingresso nell'euro, l'ha abbandonata.20 Nel 2023 il Parlamento europeo ha chiesto una Convenzione per riformare i trattati.21 Vogliamo un Veneto che quella riforma la spinga, non che la subisca.

04 · Veneti, italiani, europei

Identità al plurale

Volere uno Stato veneto non significa rinnegare l'Italia. Non è solo una nostra convinzione: è quello che l'antropologia e le scienze sociali dicono da decenni su come funzionano le identità.

Nessuno è una cosa sola

Il primo a descriverlo con precisione fu Edward Evans-Pritchard, nel 1940, studiando i Nuer del Sudan: la parola che usavano per dire "casa" indicava il villaggio, la sezione della tribù o la tribù intera, a seconda di chi parlava e con chi. Per farsi capire, l'antropologo aggiunse un esempio di casa sua: un inglese incontrato in Germania ti dirà di venire dall'Inghilterra, incontrato a Londra ti dirà dall'Oxfordshire.22 Thomas Hylland Eriksen ha poi mostrato che questa logica a cerchi concentrici è l'opposto di quella del nazionalismo, che divide il mondo in due sole categorie, dentro o fuori: qui invece «ci sono gradi di dentro e di fuori».23

La ricerca successiva ha confermato e allargato l'idea. Nel 1969 Fredrik Barth ha spiegato che un gruppo non è definito da un inventario di tratti culturali, ma dal confine che traccia con gli altri: «the ethnic boundary that defines the group, not the cultural stuff that it encloses», il confine che definisce il gruppo, non il contenuto culturale che racchiude. E quei confini restano anche se le persone li attraversano, entrano ed escono nel corso della vita.24 Essere veneti, allora, non è un esame di polenta e di dialetto: è un'appartenenza a cui si può arrivare.

Già negli anni Cinquanta Clyde Mitchell osservava nelle città minerarie dell'Africa australe che l'appartenenza tribale contava in certe situazioni e non in altre.25 Rogers Brubaker l'ha verificato in una città europea divisa tra due nazionalità, Cluj, in Romania: anche lì l'etnicità conta solo in alcuni momenti della vita quotidiana. «Ethnicity is not a thing, not a substance», scrive: è un modo di leggere il mondo, e sempre «solo uno tra molti».26

Benedict Anderson ha definito la nazione una "comunità immaginata": nessun italiano conoscerà mai la maggior parte degli altri italiani, eppure si sente parte della stessa comunità. Immaginata non vuol dire falsa. Ogni comunità più grande di un villaggio è immaginata, e le comunità si distinguono «non per la loro falsità o autenticità, ma per lo stile in cui vengono immaginate».27 Vale per l'Italia, per l'Europa e per il Veneto. E vale anche l'avvertimento di Eric Hobsbawm: molte tradizioni che sembrano antichissime sono recenti, a volte inventate.28 Lo sappiamo, e per questo non vendiamo miti.

Il rischio vero, infatti, non sono le identità plurali ma quelle uniche. L'antropologo Francesco Remotti ha scritto che l'identità «è un concetto, ma noi lo utilizziamo come se fosse un mito», e ha messo in guardia contro l'ossessione identitaria che ha attraversato anche la politica del Nord.29 Amartya Sen, premio Nobel per l'economia, ha chiamato "solitarista" l'idea che ciascuno appartenga a un solo gruppo: «un modo molto efficace di fraintendere quasi tutti al mondo».30 Per questo non parliamo di un'identità veneta da difendere contro qualcuno, ma di un'appartenenza da coltivare accanto alle altre.

Cosa dicono i dati

Gli italiani lo vivono già. Nell'Eurobarometro sui valori e le identità, l'82% si identifica con la propria regione, l'80% con la propria nazionalità e il 64% con l'Europa: tutte e tre le percentuali sono più alte della media europea.31 In Veneto, quando più di metà del Nord Est si diceva favorevole all'indipendenza della propria regione, il 78% si dichiarava comunque orgoglioso di essere italiano: Demos lo chiamò "doppio orgoglio".32 I politologi parlano di identità annidate, come matrioske: un renano dentro un tedesco dentro un europeo.33

E le identità plurali fanno bene alla convivenza. Liesbet Hooghe e Gary Marks hanno mostrato che a contare non è quanto ci si sente legati alla propria nazione, ma se quell'identità è esclusiva o inclusiva: chi si sente solo nazionale tende all'euroscetticismo, chi si sente insieme «catalano, spagnolo ed europeo» sostiene l'integrazione. In Belgio chi si sente solo belga o solo fiammingo si oppone al governo su più livelli, chi si sente entrambe le cose lo sostiene.34 La psicologia sociale arriva alla stessa conclusione: l'armonia tra gruppi si ottiene «mantenendo, non indebolendo, le identità dei sottogruppi» dentro un'identità comune, mentre imporre un'identità unica aumenta il pregiudizio proprio in chi è più legato alla propria comunità.35

È esattamente la logica dei tre livelli. Il federalismo è la forma politica delle identità plurali: riconosce il Veneto dentro l'Italia e l'Italia dentro l'Europa, e proprio per questo tiene insieme invece di dividere.

Cosa proponiamo

  1. Un veneto standard, insegnato a scuolaIl veneto ha una tradizione scritta continua da oltre sette secoli: fu lingua d'uso ufficiale della Serenissima, poi lingua di Ruzante e di Goldoni.36 Ed è ancora viva: il 55% dei veneti lo usa in famiglia, contro il 38% della media italiana. Ma nel 2015 era il 62%, e l'UNESCO lo considera una lingua vulnerabile.37 Per non perderlo proponiamo un veneto standard scritto, definito da un'accademia indipendente di linguisti, che affianchi le parlate locali senza sostituirle, e insegnato in tutte le scuole accanto all'italiano e all'inglese, a tutti i bambini, da qualunque famiglia vengano. I baschi lo hanno fatto con l'euskara batua dal 1968; il romancio dei Grigioni insegna che va fatto insieme ai parlanti, non calato dall'alto.38
  2. Il veneto riconosciuto per leggeOggi il veneto non è tra le lingue tutelate dalla legge nazionale del 1999, e la Corte costituzionale ha stabilito che una Regione non può aggiungerlo da sola. L'Italia, poi, ha firmato nel 2000 la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, ma non l'ha mai ratificata.39 Chiediamo entrambe le cose: il veneto nella legge nazionale e la ratifica della Carta.
05 · Il fisco

Chi decide paga, chi paga decide

Uno Stato senza fisco proprio non è uno Stato: è un ufficio periferico che spende soldi decisi da altri.

Ogni anno i veneti versano allo Stato molto più di quanto torni sul territorio in spesa pubblica. Quanto di più, nessuno lo sa dire con esattezza: a seconda del metodo e dell'anno, le stime differiscono di parecchi miliardi.40 Già questo è il problema. Un cittadino dovrebbe poter sapere quanto paga, a chi, e per che cosa.

Intanto, ai nostri confini, il Trentino-Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia hanno lo statuto speciale e trattengono gran parte delle imposte raccolte sul loro territorio. Non a caso più di un comune veneto di confine ha chiesto di passare dall'altra parte, e Sappada nel 2017 lo ha fatto.41

Proponiamo una regola semplice:

Non chiediamo di smettere di aiutare chi ha meno. Chiediamo di sapere quanto diamo, e di poter decidere come spendiamo il resto.

06 · Un'Europa sociale

Mercato sì, ma per i cittadini

Crediamo nel capitalismo e nella libera impresa: il Veneto è fatto di centinaia di migliaia di aziende, quasi tutte piccole, quasi tutte nate dal nulla.

Ma l'Europa che vogliamo è orientata ai cittadini. Un ampio welfare, e un'Unione capace di intervenire sull'economia e di fare da arbitro: per ridurre le diseguaglianze, regolare i mercati quando sono sbilanciati, impedire che pochi giganti dettino le regole a tutti gli altri.

Non è un'utopia. È già scritto nel Trattato sull'Unione europea, che promette «un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale».42 Chiediamo solo che a quella promessa si diano gli strumenti per essere mantenuta: un bilancio federale vero, regole comuni sul lavoro e sul fisco delle grandi imprese, una rete di protezione europea.

E non è un'idea importata. La prima cassa rurale d'Italia è nata in Veneto, a Loreggia, in provincia di Padova, il 20 giugno 1883: Leone Wollemborg riunì una trentina di contadini e piccoli proprietari perché si prestassero denaro tra loro, invece di finire in mano agli usurai.43 Casse rurali, società di mutuo soccorso, cooperative: qui l'impresa e la solidarietà sono sempre andate insieme. È quello che chiediamo all'Europa.

07 · Cosa non è

Per evitare equivoci

08 · Fonti

Da dove viene quello che scriviamo

  1. Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 63; sul concetto: Stanford Encyclopedia of Philosophy, "Cosmopolitanism".
  2. A. Marzo Magno, L'alba dei libri. Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti, 2012; AGI, 2017.
  3. L'emigrazione veneta 1876–1900: Finestre sull'Arte; Biblioteca delle Radici.
  4. Esportazioni del Veneto nel 2025, circa 80 miliardi di euro: ICE, su dati Istat.
  5. K. A. Appiah, "Rooted Cosmopolitanism", in The Ethics of Identity, Princeton University Press, 2005, pp. 213–272: PhilPapers.
  6. Repubblica di Venezia (tradizionalmente 697–1797): voce Wikipedia.
  7. M. Mowbray, D. Gollmann, "Electing the Doge of Venice: Analysis of a 13th Century Protocol", 2007: PDF.
  8. G. Contarini, De magistratibus et republica Venetorum, 1543; ed. inglese The Republic of Venice, University of Toronto Press (Lorenzo Da Ponte Italian Library).
  9. I domini di Terraferma della Repubblica: voce Wikipedia.
  10. La caduta della Repubblica, 1797: voce Wikipedia.
  11. Repubblica di San Marco (1848–1849): voce Wikipedia.
  12. Referendum consultivo sull'autonomia del Veneto, 22 ottobre 2017: Il Post, 23 ottobre 2017.
  13. Consiglio regionale del Veneto, comunicato del 14 ottobre 2026: ANSA.
  14. Costituzione della Baviera, art. 1: gesetze-bayern.de.
  15. Costituzione della Repubblica e Cantone Ticino (1997), art. 1: Raccolta delle leggi del Cantone Ticino.
  16. C. Cattaneo, Corollarii alle Memorie, Bruxelles, 1849; citato in Zanichelli, antologia.
  17. A. Spinelli, E. Rossi, Per un'Europa libera e unita (Manifesto di Ventotene), 1941: voce Wikipedia.
  18. Lega Nord, Cronistoria 1979–1987, pp. 34–35, che riporta il primo articolo di Lombardia Autonomista, marzo 1982: copia d'archivio.
  19. Lega Nord, Cronistoria 1988–1995, p. 9, discorso di Pontida del 16 giugno 1991: copia d'archivio.
  20. M. Huysseune, "A Eurosceptic vision in a Europhile country: the case of the Lega Nord", Modern Italy 15(1), 2010, pp. 63–75, doi:10.1080/13532940903477880.
  21. Parlamento europeo, risoluzione del 22 novembre 2023 sulle proposte di modifica dei trattati: Eunews.
  22. E. E. Evans-Pritchard, The Nuer, Oxford, Clarendon Press, 1940, pp. 135–137 e 142–148: archive.org. In italiano: I Nuer. Un'anarchia ordinata, Milano, Franco Angeli, 1975.
  23. T. H. Eriksen, "Ethnicity versus Nationalism", Journal of Peace Research 28(3), 1991, pp. 268–269: PDF; Ethnicity and Nationalism: Anthropological Perspectives, Pluto Press, 1993.
  24. F. Barth (a cura di), Ethnic Groups and Boundaries, Bergen–Oslo/Londra, 1969, Introduzione, pp. 9–10 e 15.
  25. J. C. Mitchell, The Kalela Dance, Rhodes-Livingstone Papers 27, Manchester University Press, 1956, pp. 30–34: testo.
  26. R. Brubaker, M. Feischmidt, J. Fox, L. Grancea, Nationalist Politics and Everyday Ethnicity in a Transylvanian Town, Princeton University Press, 2006, p. 15; R. Brubaker, Ethnicity without Groups, Harvard University Press, 2004.
  27. B. Anderson, Imagined Communities, 1983 (Verso, ed. 2006, p. 6); trad. it. Comunità immaginate, Laterza, 2018.
  28. E. J. Hobsbawm, T. Ranger (a cura di), The Invention of Tradition, Cambridge University Press, 1983, p. 1; trad. it. L'invenzione della tradizione, Einaudi.
  29. F. Remotti, Contro l'identità, Laterza, 1996; L'ossessione identitaria, Laterza, 2010; "L'ossessione identitaria", Rivista Italiana di Gruppoanalisi XXV, 2011, pp. 9–29.
  30. A. Sen, "Violence, Identity and Poverty", Journal of Peace Research 45(1), 2008, p. 6; Identità e violenza, Laterza, 2006.
  31. Commissione europea, Special Eurobarometer 508: Values and Identities of EU citizens, 2021, pp. 50 e 69: Ufficio delle pubblicazioni UE.
  32. Demos & Pi, Osservatorio sul Nord Est, marzo 2015: demos.it.
  33. T. Risse, "Neofunctionalism, European identity, and the puzzles of European integration", Journal of European Public Policy 12(2), 2005, pp. 291–309; J. Díez Medrano, P. Gutiérrez, "Nested identities", Ethnic and Racial Studies 24(5), 2001.
  34. L. Hooghe, G. Marks, "Calculation, Community and Cues", European Union Politics 6(4), 2005, pp. 419–443, doi:10.1177/1465116505057816; "Does Identity or Economic Rationality Drive Public Opinion on European Integration?", PS: Political Science & Politics 37(3), 2004, pp. 415–420.
  35. M. Hornsey, M. Hogg, "Assimilation and Diversity", Personality and Social Psychology Review 4(2), 2000, pp. 143–156, doi; R. Crisp, C. Stone, N. Hall, Personality and Social Psychology Bulletin 32(2), 2006, pp. 230–243; per una lettura critica: J. Dovidio e altri, Social Issues and Policy Review 10(1), 2016, pp. 6–46.
  36. F. Ursini, "Dialetti veneti", Enciclopedia dell'Italiano, Treccani, 2011: treccani.it.
  37. ISTAT, L'uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere. Anno 2024, gennaio 2026: istat.it; UNESCO, Atlas of the World's Languages in Danger, 2010, citato in F. Ursini, "Sono vitali le varietà venete?", Quaderni Veneti, 2012.
  38. Euskaltzaindia, congresso di Arantzazu, 1968; Rumantsch Grischun, 1982, e il ritorno agli idiomi locali in molte scuole dal 2011: Dizionario storico della Svizzera.
  39. Legge 15 dicembre 1999, n. 482, art. 2; Corte costituzionale, sentenze 170/2010 e 81/2018; Senato, dossier sulla ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie: senato.it.
  40. AGI, fact-checking sul residuo fiscale del Veneto, 2019; L. Loiacono, L. Rizzo, R. Secomandi, Quaderni del Dipartimento di Economia, Università di Ferrara, 2025.
  41. Sappada, passata dal Veneto al Friuli Venezia Giulia nel 2017: voce Wikipedia.
  42. Trattato sull'Unione europea, art. 3, par. 3: EUR-Lex.
  43. La prima cassa rurale italiana, Loreggia 1883: Milano Finanza; Leone Wollemborg.